Ciao, sono Valeria e sono appassionata di crescita personale. Posso definirmi una ricercatrice ad ampio spettro, una speleologa della vita.
I social sono sempre stati una fonte di studio per le mie indagini ma ho lottato con tutte le forze per non dovermici adeguare: troppo frivolo e ricco di contenuti catastrofici per i miei standard di sopportazione! Per cui, perso l’entusiasmo del boom iniziale di Facebook, ho annullato l’iscrizione.
Instagram l’ho scoperto in seguito: mi incuriosiva la possibilità di ammirare foto di viaggi mai intrapresi, fiori mai annusati, piatti mai mangiati e volti mai toccati e, con molta umiltà, potevo far ammirare la bellezza della mia terra dove ho vissuto fino a 19 anni: la mia amata Sardegna, il mio orgoglio… i cui profumi e sapori sono inconfondibili, li percepisci già sull’aereo, appena prima di atterrare, senti già il cuore che batte fortissimo solo guardando fuori dal finestrino. Le sue coste e l’acqua cristallina, il suo caratteristico verde, hanno il potere di suscitare così tante emozioni nella mente di una come me che è l’opposto del romanticismo.
Comunque, osservavo i post di Instagram con l’animo di una bimba, come una spettatrice silente, che osserva il lavoro minuzioso di chi ha già compreso il valore di tale social.
Arriva la pandemia! …e mentre il mondo virtuale si potenzia, io sono completamente risucchiata nel vortice della follia Covid per 2 anni: giorni bui, frustranti, dolorosi, solitari e a tratti anche surreali.
Lavorare nel settore sanitario è stato deleterio per me e per molti operatori in questo campo, alcuni dei quali hanno addirittura deciso di mollare e arrendersi, cambiando lavoro, cosa che bramavo profondamente anche dentro di me.

Mi sono resa conto solo in seguito che la gestione di quel periodo è stata quasi invalidante.
Dall’inizio della pandemia, penso di non aver mai interagito sui social, se non attraverso qualche post estremamente incazzato ricco di commenti e report fotografici contro tutte quelle persone che non rispettavano le limitazioni del momento.
Ero ancora più arrabbiata perché dove vivo, soprattutto i mesi iniziali in cui ancora nessuno capiva cosa stesse accadendo, non è stata attuata alcun tipo di restrizione e questo permetteva alle anime meno nobili di agire come se non stesse accadendo niente nelle nostre vite, totale rifiuto della realtà!
Cosa succede se sei costantemente sotto stress?
Mi stavo trasformando in un essere poco paziente e poco tollerante, mi stavo adeguando alla massa perché, settimana dopo settimana, non riuscivo più a gestire e a mediare lo schifo che mi avvolgeva. I pazienti erano tutt’altro che pazienti e la paura stava prendendo il sopravvento. Le persone già con equilibri precari hanno amplificato le loro frustrazioni, arricchendole con arroganza e maleducazione e la maggior parte di loro pretendeva risposte alle quali in quel momento storico nessuno era in grado di fornire.

Gli argomenti erano sempre gli stessi al lavoro: le mascherine, la positività, le domande ovvie: “ma posso uscire se ho il Covid?”, “chi mi fa la spesa? io esco lo stesso!”,” io vado in montagna, a me non interessa!”, “il covid non esiste, siete tutte delle stronze bugiarde”, “voi non capite niente, sono stata sul terrazzo c’era vento e adesso ho il covid”, “voi mi dovete dare le mascherine”, “io pretendo la visita a domicilio”… fammi questo, fammi quello.
Volevo urlare in faccia a tutte queste teste di xxxx che dovevano stare solo molto, molto calmi e cercare di non delirare ma… non potevo, anzi ricevevo insulti quotidiani e mi vedevo costretta, come le mie colleghe, a dover gestire come delle assistenti sociali gli animi terrorizzati dei pazienti impazienti. Noi eravamo completamente abbandonate dalle istituzioni, in balia degli eventi, nessun sostegno psicologico, nessun giorno di riposo in più, nessuna pacca sulla spalla e nessuna domanda sul nostro stato di salute psicofisica: SOLO LAVORARE, LAVORARE, LAVORARE!

Non eravamo pronti, non ero pronta. Anche l’anima buona che avevo custodito fino ad allora era diventata un’anima incazzata e… non riuscivo a guarire.
Non avevo tempo per ricalibrarmi. Non me ne rendevo conto ma la ragazza che a lavoro era considerata la mediatrice, colei che riusciva a vedere il buono in tutti e in tutte le azioni, non esisteva più: c’era solo lo scheletro e l’anima nera!
Attraverso i social sono venuta a conoscenza del fatto che non ero proprio l’unica a vivere una situazione pesante a lavoro, anzi, qualcuno se la passava molto peggio di me: questo non mi permetteva di potermi lamentare senza sensi di colpa e quindi, per non risultare patetica e sovraccaricare il social anche della mia frustrazione mi limitavo ad osservare e a schiacciare dentro di me il male nero.
I social comunque sono stati determinanti, davano un piccolo sollievo. Guardavo crescere sotto i miei occhi delle nuove figure sul web, dalla caratteristica, brillante, di poter essere contemporaneamente dei personaggi divertenti, brillanti, ironici ma allo stesso tempo imponevano il ragionamento su alcuni aspetti della vita che stavano emergendo giorno dopo giorno: la convivenza forzata, la convivenza forzata con partner abusivi, la gestione della famiglia e dei figli in pochi metri quadrati, l’impossibilità di sfogare lo stress attraverso sport, passeggiate, eccetera…
La malattia può salvarti?
28.01.2022 arriva la svolta! La malattia, proprio lei, una malattia: il Covid, che poi è sfociata in una malattia autoimmune, mi ha resa umana e vulnerabile proprio come tutti i pazienti che giornalmente accoglievo nello studio dove lavoro. Ero diventata una di loro, non ero più un Highlander come inconsciamente mi ero sempre definita!

Accettare di dovermi fermare dopo tanti anni di continui sovraccarichi fisici ed emotivi è stato facile, ho subito riconosciuto il bisogno di STARE:
stare a casa
stare sul divano
stare ad osservare fuori dalla finestra
stare a guardare il lago
stare a guardare la mia cagnolina come si gratta l’orecchio
Dopo tanto tempo avevo di nuovo la possibilità di placarmi e di abbassare le spalle dalla tensione che aveva corrucciato ogni singolo muscolo del mio corpo.
Questo è stato l’inizio della mia rinascita.
Il primo pensiero che la mia mente è riuscita a partorire è stato: “…e adesso cosa mi invento? Cosa faccio da sola a casa tutto il giorno? Io non sono abituata a NON FARE NIENTE TUTTO IL GIORNO”
La risposta che mi sono data è stata: “Valeria, fai tutto quello che non hai mai fatto!
Sei rimbambita?” Si, ero rimbambita dallo stress della vita, del lavoro, delle ore di sonno arretrate, dalle ore di autoanalisi, auto sabotaggio, frustrazione da mancanza di tempo da dedicare a me! Finalmente potevo rieducarmi a condurre una vita più tranquilla, è vero avevo la malattia da gestire ma la cosa più importante in quel momento era il fatto che stavo riappropriandomi di me stessa.
Salvata da una malattia?
Affermare che una malattia sia una benedizione è discutibile, lo so! Le persone che soffrono pene incredibili, nel mondo, ce ne sono tante e sono certa che la gran parte di loro non le ritengano affatto dei vantaggi!
Ma perché, invece, io la ritengo la mia salvezza?
Se non mi avesse bloccata la malattia, mi avrebbe bloccato qualcos’altro, magari in maniera più aggressiva. Il mio corpo avrebbe potuto resistere ancora qualche mese, magari io avrei sfruttato al massimo anche l’ultima cellula del mio corpo ma alla fine la macchina perfetta avrebbe rotto un terminale. Sono sicura che il momento perfetto per rompermi era proprio quello, quel fatidico venerdì, il persemprenellamiamemoria 12 febbraio 2022.
In principio il mio compagno ed io, vivevamo ognuno nel proprio appartamento: a gennaio 2022 io avevo appena lasciato il mio nido a Paradiso per trasferirmi nella casa nuova con Roby ma, in attesa di ricevere le chiavi, vivevo nel suo appartamento che, a sua volta, anche lui avrebbe dovuto lasciare. Astano è un posto fantastico ma decisamente lontano dal centro di Lugano, dove lavoro.
Quella mattina mi ero svegliata alle 5.40 pensando e sperando, come ogni giorno, di andare a dormire presto la sera stessa; ero devastata dalla stanchezza: mi ero trascinata fuori dal letto pensando solo al momento in cui sarei potuta ritornare a dormire per far riposare i muscoli irrigiditi.
Per tanti mesi non avevo nemmeno avuto il tempo per desiderare di tornare a casa e godermi i momenti insieme alla mia famiglia, ai miei cani, per provare una nuova ricetta, per dedicarmi alla mia cura, ad un hobby! Desideravo egoisticamente solo chiudere gli occhi e non sentire alcuna voce o lamentela dei pazienti o delle colleghe.
Quella mattina ero entrata in bagno, mi ero guardata allo specchio e non mi ero riconosciuta: vedevo una donna stanca, invecchiata e con un colorito giallastro; dentro di me avevo pensato: “Vale, tesoro, hai proprio brutta cera!”.
Non potevo arrendermi e stare a casa a riposare perché le vere donne non si lagnano! Ero entrata, ormai, nell’ottica che lamentarmi (con gli altri o con me stessa) era da stupidi e che in realtà ce la potevo ancora fare perché a casa stanno solo i falliti! Inoltre, da sempre, quando ero costretta a stare a casa per malattia nutrivo un profondo senso di colpa: è da folli, lo so ma è così.
Se ci ripenso mi viene da urlare per quanto fossi dura con me stessa!
Alle 6:10 salii in macchina con il caffè in mano, con l’intento di sorseggiarlo durante il viaggio e con l’illusione che quella pozione nera potesse darmi un po’ di sollievo. Guidai per 40 minuti nella notte, un pezzo di strada era praticamente tra i boschi, un cerbiatto mi attraversò la strada: l’evento più emozionante della giornata. Scesi dalla montagna, arrivai sulla strada principale, dove mi attendeva la colonna dei frontalieri e i semafori. Arrivai al parcheggio, mi diressi a lavoro a piedi per un breve tragitto e, arrivata a lavoro, seduta nella cucina dello studio con alcune colleghe e alcuni medici, presi il secondo caffè: erano le 7.30.
Una delle dottoresse esclamò: “Vale, sei gialla in volto, sei sicura di stare bene? Perché non fai un prelievo, per sicurezza!”. Risposi: “sì, me ne sono accorta anche io del colore giallo ma è perché sono sfinita!”.
Negare l’evidenza è sinonimo di paura.
Grazie a Dio non ho sottovalutato quelle parole e ho seguito il consiglio della dottoressa: mi feci fare un prelievo, giusto per accertarmi che non ci fosse qualcosa di strano. Lo feci solo per scrupolo, convinta che la causa fosse la solita stanchezza della quale ormai mi vergognavo anche solo a pensarci…e invece no… il mio corpo mi urlava pietà da troppo tempo e io come una stronza avevo deciso di non ascoltarlo!
Avevo deciso che l’onore di un lavoratore fosse mille volte più importante della mia salute, che sono giovane e non mi devo lamentare, che ci sono persone che non hanno il lavoro e vorrebbero il mio, che mi posso permettere quasi qualsiasi cosa grazie al mio lavoro e devo smetterla di dire che non ce la faccio più. Devo essere grata per quello che ho e se mi comporto cosi non dimostro affatto di apprezzarlo.
Che disastro sono stata! Se solo avessi dato più voce ai miei sogni, se sono non avessi dato ragione alla mia testardaggine da vera sarda, se solo mi fossi sentita meno parte di un team e meno responsabile del carico di lavoro che avrei dovuto lasciare alle colleghe se fossi rimasta a casa. Se solo mi fossi amata davvero, quella voce che urlava, forse, l’avrei potuta sentire.
Perché percepivo la sensazione di non meritare il riposo? Perché mi era stato inculcato che siamo persone lodevoli solo se lavoriamo come disperati? Perché quando una persona muore noi lo valorizziamo solo dicendo “Era un gran lavoratore”! Perché devi essere un gran lavoratore per essere considerato degno di lode? Perché devi dimostrare di essere sempre all’altezza del ruolo che hai? Perché devo chiedere/chiedermi il permesso di riposarmi? Perché devo dimostrare di avere necessità di riposarmi?
E comunque la malattia era li da un po’ e cercava di chiamarmi. Io la soffocavo.
Quel venerdì lavoravo proprio di turno in laboratorio: eseguii le mie stesse analisi e iniziai ad allarmarmi. Le mostrai alla dottoressa che aveva avuto l’onore di vedere un Simpsons umano e anche lei sbarrò gli occhi. Mi disse: “mi consulto con Lucy e ti faccio sapere”. Ipotizzarono un’anemia emolitica e mi dichiarano le loro paure perché non si comprendevano le cause. Lucy mi guardò negli occhi, dispiaciuta e preoccupata come se fosse mia madre e mi disse: “se domani l’emoglobina scende ancora, ti faccio ricoverare!”.
Dentro di me ridevo perché non era affatto possibile che io potessi essere ricoverata. Io? Mai avuto un problema di salute, mai un ricovero, mai un intervento, mai niente di niente, ma cosa insinuano!? “Io sono indistruttibile e niente mi può abbattere!”.
Dentro di me era viva la convinzione di avere un’inesauribile forza ma evidentemente, proprio dentro di me, sapevo che stavolta avevo esagerato: mi vergognavo della debolezza che stava uscendo fuori, mostrando a tutti che stavo cedendo, ma la verità era che avevo già ceduto da un po’ e mi stavo raccontando solo un sacco di bugie.
Il giorno dopo, sabato, vengo ricoverata in urgenza: il mio corpo era incazzato nero e me lo stava facendo capire. Si stava ribellando, stava facendo una guerra e stava iniziando ad autodistruggersi. La cosa mi affascinava tantissimo, ero quasi emozionata perché questa esperienza mi dava euforia, una strana euforia che non provavo da mesi; era come se la stessi vivendo in terza persona e stessi dando coraggio e conforto a qualcuno che non ero io. In realtà, se ci penso adesso, mi faccio tanta tenerezza.
Il mio compagno non cercava nemmeno di nascondere la paura, in fondo anche lui pensava che se non mi fossi data una ridimensionata, questo momento sarebbe arrivato. Era sabato, 12 febbraio 2022 ed io avevo appena preso posto nella mia stanzetta di ospedale; ero ricoverata per la prima volta nella mia vita.
L’ematologa mi visitò solo il lunedì seguente: avevo trascorso il sabato e la domenica aspettando una diagnosi che non arrivava.
Ero pronta a tutto, ero disposta a vivere la chemio, la radioterapia, ero disposta alle cure di qualsiasi tipo, ero pronta a tutto, ero lucida e capivo che non potevo ormai nascondermi e dovevo affrontare la realtà: avevo una malattia e poteva essere molto molto brutta! Ma volevo poter dare un nome al mostro che mi stava distruggendo ogni giorno, velocemente.
L’unica certezza che mi faceva stare serena era Dio e la consapevolezza del suo costante aiuto.
Quel giorno l’ematologa mi diede una notizia assai rassicurante: escluse quasi totalmente un linfoma, quindi probabilmente si trattava di una malattia provocata dal Covid… e pensare che tante persone non credono nemmeno nell’esistenza di questo virus!
Intanto i valori dell’emoglobina scendono ogni giorno di più, scendono, scendono, scendono. Non ho mai fatto tanti prelievi come in quel periodo, ogni mattina una infermiera diversa tentava il prelievo. Le mie vene così complicate e sfuggenti, come me, tentavano di scappare; avevano provato a bucarmi addirittura sui piedi, per fortuna ero fresca di pedicure!
Comunque la diagnosi era confermata: anemia emolitica autoimmune.
L’avevo studiata solo sui libri, durante il corso di laboratorio e mi ricordo che mentre studiavo i casi come il mio, pensavo che queste malattie sono assurde, le immaginavo sempre lontane da me, come se fossero destinare esclusivamente agli altri.
Sono stata tanti mesi a casa a causa della malattia e “stare fermi” mi ha aperto gli occhi. Finalmente ho visto il mondo dalla prospettiva giusta e mi ha dato anche la forza per aprire il mio blog, un sogno che avevo da tanti tanti anni.
Talvolta viviamo l’illusione di essere immuni a tutto, solo fino a quando non succede a noi, solo in quel momento riusciamo a comprendere davvero dove ci troviamo e dove stiamo andando ed io mi sono ritrovata a comprendere che non solo non mi piaceva dove mi trovavo ma avevo messo le radici e avevo deciso di stare ferma! La malattia mi ha salvata perché mi ha imposto di trovare un altro luogo dove iniziare a sognare…ed eccomi qua!
Ti abbraccio
Vale
