Da adolescente avevo una certezza: odiavo la Chiesa, i preti e le suore. Non riuscivo nemmeno a tollerare la loro presenza nella mia stessa stanza. Avevo letto troppe notizie scandalose, delusioni profonde che mi avevano fatto chiudere il rapporto con Dio, anche se mi dispiaceva essere giunta ad una conclusione così drastica ma secondo la mia rigida ideologia, dovevo! Non capivo perché con il Suo grande potere non riusciva a intervenire in circostanze inaccettabili. Ma che senso aveva la Sua esistenza se poi non faceva niente? Non potevo e non volevo accettare l’imperfezione di alcuni preti e suore: assolutamente impossibile per la mia mente accettare che la loro categoria potesse commettere errori, di nessun tipo.

Ho vissuto la maggior parte della vita arrabbiata con Gesù: quando entravo in Chiesa lo osservavo, appeso a quel pezzo di legno, ma non capivo chi era davvero e cosa ci facesse lì. Ero solo in grado di vedere lo sporco e il marcio, i miei occhi erano così tristi e disillusi che riuscivano solo a giudicare e scattare arrabbiata.
Praticamente niente e nessuno poteva distogliermi dalle mie certezze! Ero convinta che quando raggiungevo qualche piccolo obiettivo non era certo per merito di Dio ma grazie al mio duro lavoro e alle mie intuizioni. Facevo tanta fatica a raggiungere i risultati che desideravo: volevo un compagno perfetto, alto, facoltoso, intelligente e che mi amasse alla follia. Volevo un lavoro prestigioso che mi permettesse di condurre una vita agiata e senza troppe limitazioni. Desideravo essere elogiata dai miei famigliari e dai miei compagni delle superiori. Avevo tanta voglia di distinguermi e di contribuire a rendere questo mondo un posto migliore. Le mie ambizioni erano grandi ma nonostante la voglia e l’entusiasmo nel ricercare un ruolo importante nella società, non mi sentivo felice e appagata. La verità è che, anche se ero diventata autonoma finanziariamente, avevo un bell’appartamento a Lugano, una bella macchina, avevo delle amiche, le colleghe formidabili, mi sentivo sola.
Sono sempre stata una donna con tendenza all’isolamento: per me non era mai stato un problema trascorrere il week end a casa da sola con la mia dolce cagnolina, Musetta. Ho sempre amato la solitudine perché mi aveva accompagnato tanti tanti anni durante l’adolescenza e mi aveva dato consigli illuminanti. Però la solitudine la sentivo quando ero circondata dalle persone, colleghi, amiche, conoscenti, pazienti…sentivo che non avevo entusiasmo, andavo a lavoro e amavo profondamente ciò che facevo ma mi sentivo vuota. Come se vivessi un costante senso di impotenza, incompletezza, un misto tra angoscia e irrequietezza che non mi lasciava mai raggiungere uno stato di serenità e calma. Facevo continui paragoni con chiunque incontrassi e percepivo che gli altri erano tutti migliori di me, più intelligenti, facevano discorsi più interessanti, erano più motivati, più felici!
La realtà era diversa da come la vedevo io ma esistono delle dinamiche nei nostri cervelli che ci convincono di qualcosa che non esiste. Io, che non brillavo in autostima, cercavo di crescere sempre di più nel settore lavorativo per dimostrare di eccellere almeno nel lavoro e certo apparentemente era quello che appagava.
Ma la felicità non faceva ancora parte della mia vita. Avevo così tante regole da rispettare e così tante restrizioni che mi ero autoinflitta ormai da tanto tempo che ero incastrata in un vortice di pensieri che mi obbligava ad essere migliore anche se dentro di me, migliore non mi sentivo. Non bastavano gli elogi a farmi sentire meglio, io ero la mia peggior giudice di me stessa e non me ne facevo passare nemmeno una!
Ero single, quasi convinta che nessun uomo potesse essere compatibile con il mio carattere di merda, troppo forte e orgogliosa da potermi plasmare per un uomo e troppo fragile per permettermi la felicità. La mia vita era piena di impegni ma svuotata dalle emozioni.
Dal disagio al cambiamento
Ero così presuntuosa e testarda che non prevedevo nessun cambio di programma: volevo cambiare senza cambiare, volevo che le mie convinzioni rimanessero tali e non volevo che alcuna novità potesse far saltare i miei equilibri seppur equilibri aridi.
Nel 2017 lavoravo in uno studio medico a Chiasso. Quella mattina, di venerdì, la mia vita sarebbe cambiata.
Ero andata in ricezione ad accogliere il paziente ma di fronte a me… solo il viso di una donna una SUORA: una divisa un po’ particolare, che io avevo sempre visto con occhi scettici, che non ammiravo anzi criticavo fino al disprezzo ma quella mattina con occhi gentili e voce soave accoglievo una donna in divisa dicendo: “Buongiorno, oggi mi occuperò di lei”. Mai detta una frase simile ai pazienti ma mi erano uscite dalla bocca queste parole e non so nemmeno il perché. Accompagnavo la gentile signora al lettino dove si sarebbe potuta preparare. I miei occhi e la mia bocca non avevano più disprezzo, si era spento il campanello di allarme, la mia mente non sembrava essere disturbata dalla sua presenza e mi sentivo stranamente a mio agio. Le sussurravo con voce rassicurante: “Non si preoccupi, è in ottime mani!”. Le cercavo la vena per il posizionamento del venflon, la vena era “bella” così come la sua anima, si vedeva che era diversa dalle altre donne che indossavano quel tipo di divisa: il suo viso era dolce e allo stesso tempo forte e determinato, di chi nella vita ne ha viste davvero tante.
L’esame era terminato bene. La donna con la divisa si svegliava lentamente. Le facevo un sorriso per farle capire che tutto andava bene. In quel momento sentivo che un legame si era creato senza motivo, lei mi ringraziava con lo sguardo e mi diceva che ero brava, che l’avevo fatta sentire a suo agio. Le offrivo una tisana e aspettavo qualche minuto prima di andare a salutarla. Al ritorno da lei, tanti complimenti e con una voce decisa mi invitava a visitare il posto in cui viveva con i confratelli e le consorelle in un convento poco distante da lì. Mi chiedeva il numero di telefono e la mia e-mail.

Il giorno zero della mia nuova vita è stato questo, il giorno in cui mi sono concessa di avere il dubbio che non tutti i preti e le suore potessero essere delle cattive persone. Quella giornata era poi trascorsa normalmente ed io non avrei mai immaginato che in pochi giorni avrei conosciuto un mondo nuovo, sconosciuto e di una dolcezza così rassicurante.
Dopo 7 giorni la dolcissima donna mi contattava per invitarmi a conoscere il posto in cui viveva. Io, presa dal mio solito entusiasmo, accettavo e decidevo di voler andare a conoscere questo nuovo posto.
Era domenica 10 dicembre 2017.
Suor Carmela mi aveva invitata a Rovio per la Messa per poi rimanere a pranzo con loro ma quello che avrei vissuto quel giorno io non me lo aspettavo davvero.
La mattina della fatidica domenica, “quello del piano di sotto” (il diavolo) si era messo in testa di non farmi andare all’appuntamento con Carmela e aveva insinuato nella mia testa mille pensieri, voleva evitare che io andassi, facendomi pensare… “ma che ci vai a fare? tanto sono tutti uguali, non ne varrà la pena. Sarà una noia mortale! Sono tutti falsi e vorranno da te qualcosa”. Ma io sono testarda come una vera sarda e sono anche una donna di parola per cui era più grande il desiderio di evitare una figuraccia e proprio all’ultimo ho deciso di andare. Abitavo a pochissima distanza, circa 15 minuti di macchina e con l’animo di chi non sa proprio cosa accadrà, mi dirigevo verso la Comunità francescana di Betania a Rovio, senza riflettere troppo. Dopo 15 minuti di curve in salita, osservavo da lassù un paesaggio mozzafiato, il lago, il bosco, la montagna. Parcheggiavo la macchina. Mi avviavo a piedi verso la casa dei fratelli e sorelle e vedevo che non ero l’unica a camminare verso di loro. Una folla di gente e il loro piazzale pieno di macchine. Suor Carmela era fuori che innaffiava le piante dell’ingresso e mi guardava dicendo: ” Ma chi c’è qui? Alla fine sei venuta!”. Il suo sguardo tra la meraviglia e la gioia mi faceva capire che forse ci teneva che io fossi lì quel giorno e la cosa mi faceva piacere. Mi accompagnava all’interno della grande struttura per presentare la nuova arrivata ai suoi fratelli e sorelle, che correvano indaffarati per la preparazione dei canti, dei pasti, dei saluti e ognuno di loro si presentava a me, chiamandomi per nome, dandomi del “tu”, mi abbracciavano e mi davano il benvenuto, come se fossero tutti lì ad aspettare me. Questo trattamento era riservato a tutti gli ospiti. Osservavo che erano tutti felici, sorridenti, scherzosi e amichevoli: non era l’ambiente che avevo vissuto da piccola, non ricordavo che fossero così accoglienti e divertenti.
Frà Roberto, il “custode” (l’appellativo dei Responsabili di ogni comunità) mi disse: “Benvenuta in questa gabbia di matti. Che lavoro fai, Valeria?”
Io: “Sono un’assistente di studio medico, una specie di infermiera!”
Frà Roberto: “Ottimo, qui in psichiatria ci serve una Valeria”

Io ero sconvolta, un frate che faceva questo tipo di battute? Ma in che senso? Ma quindi non sono seri e frustrati come immaginavo? Perché sono tutti felici qui? NO, c’è qualcosa che non mi torna! Ricapitoliamo: mi trovo in una comunità fondata da Padre Pancrazio, un discepolo di Padre Pio (da sempre il mio punto fermo nonostante la mia assenza di fede), sono circondata di frati e suore che sono felici, giovani, simpatici e realmente accoglienti! Cosa mi sta succedendo? Non posso credere che adesso devo cambiare idea su queste persone!
Inizia la Santa Messa, vediamo come se la cavano. L’omelia sarà una noia imbarazzante.
Invece NO!
La prima omelia, prima di una lunga serie, più interessante che io abbia mai ascoltato. Non era solo la spiegazione dei versi letti ma una lezione di storia, di filosofia, di vita, una illuminazione sui tempi moderni, su quanto veniamo criticati dagli altri ma soprattutto da noi stessi, una lezione su Dio che non si stanca mai di aspettarci, di perdonarci e di amarci ma l’amara scoperta che chi si stanca davvero, siamo noi. Molti fratelli prendevano appunti, era come stare ad una lezione universitaria sulla vita di Gesù. Non ci potevo credere: rimanevo incantata ad ascoltare quelle parole e ne desideravo ascoltare sempre di più, era troppo interessante ascoltare la vita dell’epoca di Gesù, come pensavano, come vivevano, la cultura dell’epoca. Frà Roberto Fusco insegna ancora oggi all’Università in Puglia e in Svizzera, molti dei fratelli e delle sorelle sono laureati: medicina, veterinaria, economia, legge. Molti sono stati direttori di importanti aziende, molti hanno lavorato nel mondo dello spettacolo. Alcuni non hanno nessuna formazione ma riescono a trasmettere un amore indescrivibile. Sono persone speciali! Siamo noi che non riusciamo e a volte non vogliamo accogliere l’aiuto che ci può dare Dio. Vogliamo l’aiuto a modo nostro, ai tempi nostri e quando diciamo noi. Quanta ignoranza e quanta vergogna nel percepire la mia presunzione di sentirmi mille volte migliore di altri. Quel giorno ho conosciuto soprattutto una parte di me che oggi reputo agghiacciante: giudicante e rigida.

La mia famiglia 2.0
Non potevo credere che io, così lontana da Dio e dalla Chiesa, stavo iniziando a cambiare idea su questi preti e suore. Avevo bisogno di risposte a domande infinte. Facevo interviste a tutti loro, chiedendo come mai avessero deciso di scegliere una strada simile, facendo voto di povertà, castità e obbedienza. Loro non hanno niente, si sono spogliati di ogni avere e tutto ciò di cui dispongono arriva dalla Provvidenza ovvero donazioni. In cambio loro offrono tutto ciò di cui dispongono, perfino un letto e del cibo senza nessuna richiesta! Piano piano, ogni giorno, comprendevo ciò che nessuno era stato in grado di spiegarmi in tutti questi anni. E’ vero io ero estremamente chiusa, non accettavo spiegazioni da altri ma solo Dio mi conosce così bene da mandarmi suor Carmela per riaprire quella porta che avevo chiuso con tanta forza.
Io che non pregavo mai, o almeno pregavo a modo mio, non ricordavo nemmeno il significato delle preghiere e facevo mille domande a Carmela perché avevo bisogno della sua onestà per riavvicinarmi in maniera vera e sincera. Lei è stata la prima a dirmi le verità che volevo sentire, quelle verità di cui avevo bisogno per perdonare. Lei mi ha spiegato dal principio tutto, mi ha dato tempo ma soprattutto NON MI HA GIUDICATA. Si, perché la paura di ogni persona è il giudizio, il non sentirsi all’altezza. La Chiesa ha sempre rivestito un ruolo piuttosto rigido e intransigente durante la mia infanzia e non mi piaceva essere sotto costante esame. La comunità francescana di Betania mi ha salvata, mi ha accolta e non mi ha più lasciata. Io senza di loro non sarei la persona serena che sono ora. Loro sono i miei psicologi, i miei sostegni, la mia forza. Loro sono sempre pronti ad accoglierti e a darti un pasto caldo quando hai bisogno di essere avvolto dai loro abbracci. Dal 2017 per molti mesi andavo OGNI GIORNO a Rovio, per me era una festa stare con loro. Le Messe cantate sembravano avere l’aiuto degli angeli, chitarre, pianoforte, tamburelli, arpa, le lezioni di musica, il catechismo, non ci si annoiava mai. Io ero ormai inseparabile da Carmela, non potevo e non volevo stare lontana da lei. Era ed è tutt’ora come avere una guida che dice sempre la parola giusta.
Non so proprio dove sarei ora senza di lei, probabilmente non sarei nemmeno sposata con Roberto.

Quanto amo e quanto voglio bene a questa donna solo Dio lo sa! Oggi posso affrontare le sfide della vita con la consapevolezza che Dio mi sostiene sempre, lui non punisce e non si arrabbia. Lui ci dona tutto ma noi abbiamo la mente umana e come tutte le menti umane siamo limitati nel comprendere la Sua grandezza.
Senza gli insegnamenti della fede oggi non avrei potuto affrontare la mia grave malattia nel 2022, non avrei potuto reggere il duro percorso con mio marito che, a 39 anni ha avuto un tumore al pancreas. Oggi sarei solo arrabbiata se Suor Carmela e i frati e le suore non mi avessero insegnato di nuovo tutto. Sarei frustrata e piena di rancore e odio invece posso guardare quello che mi succede con gli occhi dell’insegnamento, oggi so che il mio percorso deve passare delle tappe obbligatorie: per crescere e diventare migliori Dio ci fa attraversare delle tempeste ma ci dona il suo sostegno e ci dona la sua presenza quando abbiamo paura, SEMPRE.

Salvare una persona vuol dire salvarne mille
Dimmi con chi esci e ti dirò chi sei: questo modo di dire sembra assai banale ma non lo è affatto. Prima di conoscere suor Carmela ero senza dubbio una persona molto tollerante e calma ma assorbire i suoi insegnamenti ti cambia la vita. Affrontare il lavoro e le persone che vedo ogni giorno con la forza di Gesù è come avere un amico che ti porge la mano e ti aiuta a prendere le giuste decisioni. La comprensione della paura dell’altro, la percezione della paura della critica, del giudizio fanno parte ormai di tutti noi ma se ognuno iniziasse a smettere di criticare e giudicare se stessi si inizierebbe la più grande rivoluzione della storia. Amare se stessi aiuta ad amare gli altri. Risolvere i propri blocchi emozionali, comprendere e accogliere le ansie, le frustrazioni, la rabbia e capire da dove viene e perché abita le nostre menti ci aiuta a essere delle persone migliori con gli altri. Perché se siamo felici che necessità abbiamo di criticare o andare a controllare se la nostra vicina, il nostro amico, la nostra zia sta facendo qualcosa di buono o o. Se fossimo tutti più felici non esisterebbero gran parte delle orribili vicende del nostro mondo. Ed ho compreso tardi che:
- Esiste il libero arbitrio: Dio ci lascia liberi, liberi di essere chi vogliamo e come vogliamo. Non ci vuole togliere la dignità di esistere ma siamo noi a poter scegliere la strada verso di Lui o verso qualcosa altro
- I mali del mondo li crea l’uomo e, per il libero arbitrio, siamo noi stessi a dover creare un modo per evitare o aggiustare i disastri che combiniamo ogni giorno
- Perchè non fa i miracoli? Dio compie miracoli infiniti: io ne sono un esempio, forse mio marito di più! I miracoli che Dio mi ha fatto sono infiniti, te ne parlo in un altro articolo.
- Dobbiamo ricordare che i preti sono esseri umani e per questo devono essere perdonati
- Il perdono è il primo passo per la comprensione di tutto: pensiamo di essere delle buone persone ma non siamo in grado di perdonare il nostro amico vicino. Come possiamo pretendere i miracoli se non compiamo noi stessi dei passi per aprire il nostro cuore?
Il Padre Nostro recita: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”, intende che essere perdonati implica anche da parte nostra l’intenzione di perdonare a nostra volta chi ci fa dei torti. Perché noi dovremmo essere perdonati e noi non possiamo concedere il perdono? E’ un allenamento, è un lavoro costante, è un continuo pregare per raggiungere la pace del cuore…non si finirà mai di imparare la parola di Gesù.
Spesso chi mi conosce mi chiede come faccio ad affrontare la vita in maniera così serena, come faccio ad essere così forte e sorridente… io rispondo: NON SONO IO, E’ LUI!
Ogni sera ringrazio per essere nella mia vita. Faccio una micro preghiera anche di 2 parole e Lui mi ascolta sempre. Puoi provare anche tu!
Se ti è venuta voglia di pregare o la curiosità di capire cosa sto dicendo, ti consiglio di andare su YouTube e ascoltare tanti preti che divulgano in maniera attuale e alla portata di tutti. Io amo in modo particolare Don Fabio Rosini o Don Alberto Ravagnani che sono molto vicino ai giovani.
Ti voglio bene
Valeria
