Posso vivere senza social?

Agosto 2026: ho cancellato Facebook e Instagram. Ho disattivato le newsletter, smesso di seguire le offerte e ho semplicemente aspettato.

Questa non è una ricerca fatta sui libri.

Non è una teoria che ho studiato per poi raccontare agli altri.

Come accade spesso nelle mie ricerche, la prima persona sulla quale ho sperimentato ciò che volevo capire sono stata io.

Mi piace osservare le persone, cercare di comprendere perché facciano quello che fanno, quali meccanismi ci siano dietro certi comportamenti e soprattutto chiedermi se ciò che consideriamo “normale” lo sia davvero.

Questa volta la domanda era semplice:

Sarei riuscita a vivere senza social?

Non volevo fare una pausa di una settimana.

Non volevo fare una “digital detox” da raccontare su Instagram al mio ritorno.

Volevo semplicemente vedere cosa sarebbe successo se avessi tolto dalla mia vita Facebook, Instagram e tutto quel piccolo universo che, quasi senza accorgermene, era entrato nelle mie giornate.

Così, il 25 agosto, ho cancellato i miei profili.

E ho fatto anche un’altra cosa.

Ho disattivato tutte quelle newsletter commerciali che continuavano ad arrivare: Zalando, e-commerce, cosmetici, offerte, promozioni, “ultime occasioni”.

Ho tolto stimoli.

E poi ho aspettato.


Perché sentivo il bisogno di farlo?

Non perché pensassi che i social fossero semplicemente “il male”.

La questione era molto più personale.

Da quando avevo iniziato a utilizzarli con maggiore assiduità, mi ero ritrovata immersa in un mondo che sentivo molto lontano da me e, contemporaneamente, capace di influenzarmi moltissimo.

Un mondo fatto di corpi perfetti, case perfette, vacanze perfette, relazioni perfette, persone sempre felici, sempre produttive, sempre impeccabili.

E quando guardi continuamente tutto questo, può succedere qualcosa di molto sottile.

Inizi a confrontarti.

Confronti il tuo corpo.

La tua casa.

Il tuo lavoro.

Il tuo matrimonio.

I tuoi viaggi.

I tuoi risultati.

La tua vita.

E più ti senti inadeguato, più nasce il bisogno di dimostrare che non lo sei.

Compri qualcosa.

Lo mostri.

Fai un viaggio.

Lo racconti.

Raggiungi un obiettivo.

Lo condividi.

Ti senti bella.

Pubblici una fotografia.

Hai un pensiero.

Lo scrivi.

E lentamente rischi di iniziare a vivere non soltanto ciò che stai vivendo, ma anche come apparirà ciò che stai vivendo agli occhi degli altri.


Ma agli altri importa davvero così tanto?

Questa è stata una delle scoperte più interessanti.

Noi possiamo passare moltissimo tempo a pensare a cosa pubblicare.

Quale fotografia scegliere.

Quale frase scrivere.

Chi vedrà la nostra storia.

Chi metterà “mi piace”.

Cosa penseranno di noi.

Ma la realtà è probabilmente molto più semplice.

Le persone hanno la loro vita.

I loro problemi.

Le loro paure.

Le loro giornate.

Le loro preoccupazioni.

Il loro mondo.

Se qualcuno ci guarda per strada, probabilmente rimaniamo nella sua mente per pochissimo tempo.

Poi quella persona torna a pensare a sé stessa.

E questa cosa, se ci pensi bene, è meravigliosamente liberatoria.


E infatti è successo qualcosa di quasi comico

Il 25 agosto sono sparita.

Non ho fatto annunci.

Non ho scritto:

“Mi prendo una pausa dai social.”

Non ho pubblicato un ultimo messaggio.

Non ho salutato nessuno.

Ho semplicemente cancellato tutto.

E dopo quasi due mesi ho osservato una cosa.

Nessuno se n’è accorto.

Nessun membro della mia famiglia.

Nessuna amica.

Nessun amico.

Nessuno mi ha scritto:

“Valeria, ma dove sei finita? Non vedo più i tuoi post.”

Niente.

Ed è stato quasi divertente.

Per anni avevo avuto la sensazione che la mia presenza online fosse qualcosa che gli altri osservavano.

Che qualcuno aspettasse il mio prossimo pensiero, il mio prossimo acquisto, la mia prossima fotografia.

Invece no.

La mia vita è andata avanti.

La vita degli altri è andata avanti.

E il mondo non ha avuto bisogno della mia presenza digitale.


Non vediamo soltanto la perfezione

Eppure c’è un altro aspetto dei social che mi ha fatto riflettere ancora di più.

Quando parliamo di social, pensiamo spesso alla perfezione artificiale.

Ma attraverso lo stesso piccolo schermo dal quale guardiamo una vacanza da sogno possiamo, pochi secondi dopo, trovarci davanti a un’aggressione, un accoltellamento, una persona picchiata, immagini di guerra, sangue, morte, violenza, umiliazioni e comportamenti estremi.

E spesso non siamo nemmeno noi a cercarli.

Ci arrivano.

Un contenuto.

Poi un altro.

Poi un altro ancora.

Gli algoritmi sono progettati per mantenere la nostra attenzione e ciò che cattura fortemente l’attenzione tende ad avere maggiore circolazione.

E la violenza, purtroppo, cattura l’attenzione.

Quello che mi inquieta non è soltanto ciò che scegliamo di guardare.

È ciò a cui veniamo esposti senza averlo scelto.


Quando l’eccezionale diventa quotidiano

Una scena violenta può sconvolgerci.

Ma cosa succede quando ne vediamo una ogni giorno?

Quando ascoltiamo continuamente persone che insultano, urlano, minacciano, umiliano?

Quando comportamenti estremi diventano contenuti?

Quando la provocazione diventa intrattenimento?

Quando persone che fanno di tutto per attirare l’attenzione vengono premiate proprio dall’attenzione che ricevono?

Non significa che guardare un video violento renda automaticamente violenti.

La mente umana non funziona in maniera così semplice.

Ma ciò che vediamo ripetutamente entra nel nostro paesaggio mentale.

Il linguaggio.

Le espressioni.

I comportamenti.

Il modo di litigare.

Il modo di trattare gli altri.

Il modo di rappresentare il corpo.

Il modo di parlare del successo.

Il modo di ottenere attenzione.

E quando qualcosa viene ripetuto abbastanza spesso, può iniziare a sembrarci meno straordinario.

Più normale.

Più familiare.

Ed è proprio questo che mi interessa osservare.


E poi ci sono i bambini

Qui la questione, per me, diventa ancora più delicata.

Perché gli adulti hanno almeno una possibilità in più: fermarsi e chiedersi cosa stanno guardando.

Un bambino no.

Un adolescente sta ancora costruendo la propria identità, il proprio senso del valore, il modo in cui interpreta sé stesso e gli altri.

E oggi può incontrare tutto questo attraverso uno schermo.

Una guerra.

Un’aggressione.

Un corpo perfetto.

Una persona che urla.

Un influencer.

Una tragedia.

Una pubblicità.

Un video divertente.

Un contenuto sessualizzato.

Una persona che umilia qualcun altro.

Tutto nello stesso flusso.

Tutto nello stesso schermo.

E spesso senza il tempo necessario per elaborarlo.


La sessualizzazione dell’infanzia

C’è poi un fenomeno che personalmente trovo particolarmente inquietante: la progressiva adultizzazione e sessualizzazione dei bambini.

I bambini attirano attenzione.

Gli animali attirano attenzione.

La tenerezza attira attenzione.

L’innocenza attira attenzione.

E nell’economia dell’attenzione tutto ciò che genera visualizzazioni, interazioni e coinvolgimento può acquisire un valore.

Il problema nasce quando l’infanzia smette di essere semplicemente infanzia e diventa contenuto da mostrare, commentare e consumare.

Mi capita di vedere ragazze giovanissime vestite come donne adulte, truccate come donne adulte, che assumono pose, linguaggio e atteggiamenti adulti.

E spesso noi adulti ci scandalizziamo.

“Ma come si veste?”

“Ma come parla?”

“È troppo piccola!”

E io mi pongo una domanda diversa:

chi glielo ha insegnato?

Una bambina non nasce sapendo che deve essere sexy.

Non nasce sapendo quali pose assumere davanti a una telecamera.

Non nasce pensando che il proprio corpo debba essere osservato, approvato e desiderato.

Questi codici li impara.

Li vede.

Li ripete.

E oggi può vederli centinaia di volte al giorno.

Non soltanto sui social, naturalmente.

Li trova nella pubblicità, nella musica, nella televisione, nei video, nei comportamenti degli adulti e nell’ambiente culturale nel quale cresce.


Poi ci meravigliamo che vogliano crescere così in fretta

Diciamo ai bambini:

“Goditi la tua infanzia.”

Ma contemporaneamente mostriamo loro un mondo nel quale essere adulti significa essere belli, desiderabili, sicuri, truccati, alla moda, performanti e soprattutto visibili.

E poi ci sorprendiamo quando una ragazzina vuole sembrare adulta.

Forse dovremmo chiederci prima:

quante volte glielo abbiamo mostrato?

Quante volte le abbiamo insegnato, anche indirettamente, che essere belli significa avere valore?

Che essere desiderabili significa essere importanti?

Che ricevere attenzione significa contare?

Che il proprio corpo è qualcosa da esibire?

Che più persone ti guardano, più sei qualcuno?


Io non sono madre. E questa cosa mi ha sempre fatto paura.

Non sono madre.

E devo dire che, nel mio caso, questa riflessione tocca anche qualcosa di molto personale.

Una delle cose che mi ha sempre fatto paura dell’idea di avere un figlio è proprio la responsabilità di educare un altro essere umano.

Il timore di poter diventare io stessa una fonte di frustrazione.

Di trasmettere inconsapevolmente le mie paure.

Le mie rigidità.

Le mie aspettative.

Di insegnare, senza volerlo, che bisogna essere abbastanza.

Abbastanza belli.

Abbastanza bravi.

Abbastanza intelligenti.

Abbastanza produttivi.

Abbastanza interessanti.

E magari, senza accorgermene, insegnargli anche a cercare fuori di sé la conferma del proprio valore.

È una responsabilità enorme.

Forse è anche per questo che ho sempre guardato alla genitorialità con una certa soggezione.

Perché educare non significa semplicemente crescere un bambino.

Significa contribuire a costruire il modo in cui quella persona guarderà il mondo e sé stessa.


Forse abbiamo smesso di educare

Ed è qui che arrivo alla parte più scomoda della mia riflessione.

Forse abbiamo delegato troppo.

Alla scuola.

Agli esperti.

Alla televisione.

Agli smartphone.

Agli influencer.

Agli algoritmi.

Alla società.

E qualche volta persino allo schermo abbiamo delegato il compito di intrattenere i nostri figli quando noi non abbiamo più energie.

Poi ci chiediamo perché non riescano a stare senza telefono.

Perché vogliano crescere in fretta.

Perché siano ossessionati dal corpo.

Perché cerchino continuamente approvazione.

Perché parlino come persone molto più grandi.

Perché assumano comportamenti che fino a qualche anno fa avremmo considerato inappropriati per la loro età.

E forse dovremmo smettere, almeno per un momento, di chiederci:

“Cosa c’è che non va nei ragazzi di oggi?”

E iniziare a chiederci:

“Cosa abbiamo insegnato loro?”

Perché i bambini imparano molto più da ciò che vedono che da ciò che diciamo.


Educare significa anche dire no

Forse abbiamo confuso l’amore con l’assenza di limiti.

Abbiamo paura di far soffrire i nostri figli.

Paura che si sentano diversi.

Paura che siano gli unici a non poter fare qualcosa.

Paura di frustrarli.

Ma la frustrazione non è necessariamente un fallimento educativo.

A volte un “no” è proprio ciò che permette a un bambino di imparare che non tutto ciò che desidera gli fa bene.

Educare significa anche avere il coraggio di mettere un limite.

Di spegnere uno schermo.

Di dire:

“Questo non è adatto alla tua età.”

Di spiegare perché.

Di sopportare la protesta.

Di accettare che nostro figlio possa essere arrabbiato con noi.

Perché forse il nostro compito non è fare in modo che i nostri figli siano sempre felici.

È aiutarli a diventare adulti capaci di stare nel mondo senza perdersi dentro il mondo.


E allora torno alla mia ricerca

Sono partita da una domanda molto semplice:

“Riuscirò a vivere senza social?”

Ma nel corso di questi due mesi la domanda è cambiata.

Ora mi chiedo:

“Di cosa ho davvero bisogno per stare bene?”

E ancora:

“Quanto di ciò che desidero è veramente mio e quanto mi è stato suggerito?”

Perché forse il problema non è soltanto il tempo che passiamo davanti a uno schermo.

È ciò che permettiamo allo schermo di depositare dentro di noi.

Le immagini.

I confronti.

Le paure.

I desideri.

Gli ideali.

Le parole.

I comportamenti.

Le aspettative.


Non penso che dobbiamo demonizzare i social

Non credo che Instagram o Facebook siano il male.

I social possono essere strumenti straordinari.

Possono permettere di comunicare, imparare, lavorare, trovare persone, condividere idee e creare opportunità che altrimenti non avremmo.

La domanda, per me, è un’altra:

chi sta usando chi?

Sono io che utilizzo il social perché l’ho scelto?

Oppure sto entrando continuamente nel social perché non riesco più a non farlo?

Sto scegliendo cosa guardare?

Oppure sto lasciando che qualcuno scelga continuamente cosa mostrare ai miei occhi?

Sto condividendo perché desidero davvero condividere?

Oppure perché ho bisogno di essere visto?

Sono domande molto diverse.


La cosa più difficile da lasciare andare

Forse la parte più difficile non è cancellare Instagram.

È lasciare andare la versione di noi stessi che abbiamo costruito per essere visti.

Perché sui social possiamo scegliere la fotografia migliore.

La luce migliore.

Il momento migliore.

La frase migliore.

Possiamo costruire una versione di noi stessi molto più facilmente di quanto possiamo costruire noi stessi nella vita reale.

E questo può diventare pericoloso.

Perché a un certo punto rischiamo di non chiederci più:

“Come sto?”

ma:

“Come sembro?”

E sono due domande completamente diverse.


La mia ricerca non è ancora finita

Non so se resterò per sempre senza social.

E, sinceramente, non è nemmeno questo il punto.

Non voglio dimostrare che tutti dovrebbero cancellare Instagram o Facebook.

Volevo capire cosa sarebbe successo a me.

E quello che ho scoperto finora è molto semplice.

Il mondo non si è fermato.

Nessuno ha sentito la mia mancanza digitale.

Non sono diventata meno importante.

Non ho perso la mia identità.

Non ho smesso di esistere.

Anzi.

Forse ho iniziato a ricordarmi che esistere e mostrarsi non sono la stessa cosa.

E forse, ancora più importante, ho iniziato a ricordarmi che posso scegliere cosa entra nella mia testa.

Perché la nostra attenzione è una delle poche cose che abbiamo davvero.

E forse dovremmo trattarla come qualcosa di prezioso.


La domanda che lascio a te

Se domani smettessi di pubblicare qualsiasi cosa…

chi se ne accorgerebbe davvero?

E soprattutto:

quanto della tua vita stai vivendo per te e quanto, invece, stai vivendo per essere visto?

E se hai figli, nipoti o bambini intorno a te, forse c’è una domanda ancora più importante:

chi li sta educando mentre noi siamo distratti?

Perché se smettiamo di farlo noi, qualcuno lo farà al posto nostro.

E quel qualcuno potrebbe essere un algoritmo.

Vale