Ci sono ferite che non si vedono, ma che continuano a sanguinare per anni. Una di queste è la solitudine emotiva che molti di noi hanno vissuto da bambini, anche quando la casa era piena di persone, di cose, di regole.
Quando la gioia diventa scomoda
Il mio primo ricordo di solitudine risale a un gesto innocente e felice che venne deriso. Ero solo una bambina, entusiasta, piena di fantasia. Avevo visto l’irrigazione muoversi come una danza nella nostra casa di campagna, e avevo proposto alla mia amica di camminarci sotto. Era estate, faceva caldo, e la natura profumava di libertà. Ma quel momento di gioia fu spezzato da una sgridata improvvisa. Umiliante. Ingiustificata. Nessuna spiegazione, solo un divieto.
Da quell’episodio, ho iniziato a comprendere che le emozioni troppo forti, l’entusiasmo, la creatività… disturbano. Sporco. Danno fastidio. Sono scomodi. E così, ogni giorno, impari che per essere amata devi “non dare fastidio”.
Invisibile, ma presente
I miei genitori non hanno mai giocato con me. Non avevano tempo, né voglia. Mio fratello mi evitava. La mia sensibilità era un peso, la mia presenza qualcosa da contenere. Non c’era nulla che facessi che generasse entusiasmo, orgoglio, gioia. Solo fastidio. Solo silenzio.
Con il tempo ho imparato a stare da sola. A bastarmi. A non disturbare. A non chiedere. A non aspettarmi nulla.
Quella solitudine è cresciuta con me. L’ho mascherata, l’ho nascosta. Ne parlo più a fondo anche in questo articolo, perché spesso ci abituiamo alla sofferenza più di quanto crediamo.
Studi recenti confermano quanto le esperienze avverse infantili possano influenzare profondamente la vita adulta. Puoi leggere una fonte interessante qui.
Perché nessuno avrebbe capito. Perché mi vergognavo. Perché i miei amici avevano genitori che li abbracciavano. E io no.
Sono diventata fredda, distante. Nessuno mi ha mai insegnato cosa significa ricevere amore. La mia prima relazione è arrivata a 21 anni. E prima ancora di iniziare, già avevo paura.
Col tempo ho capito che tutto questo non era colpa mia. Che l’abitudine alla solitudine è un trauma, una strategia di sopravvivenza. Ma non è una condanna. Si può disinnescare. Si può guarire.
Se potessi parlare alla me bambina, le prenderei la mano e la porterei a giocare. Le direi che non è sbagliata, che il mondo può essere un posto buono. Che la sua creatività è un dono, non un difetto. Che la vita è dura, sì. Ma l’amore è la chiave di tutto.
Oggi ho la consapevolezza che l’amore, quello vero, guarisce ogni cosa. Non è mai troppo tardi per ricostruire fiducia, sicurezza e appartenenza. Per imparare ad accogliere l’amore e lasciarsi amare. Non c’è cura più potente di uno sguardo che ti vede davvero. E oggi posso dirlo: mi vedo, mi accolgo, e finalmente mi amo.
E tu, cosa diresti alla tua te bambina?
Ti voglio bene, Valeria
